Autorità degli Stati Uniti ridefiniscono il concetto di cibo “salutare”

11 maggio, 2016 nessun commento


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dietaIn un mondo in continua evoluzione anche le abitudini alimentari cambiano progressivamente, si avverte così la necessità di ridefinire alcuni termini ormai obsoleti e a volte anche abusati. Per questi motivi l’agenzia statunitense che si occupa della regolamentazione e della sicurezza di farmaci e alimenti, Food and drug administration (Fda), sulla spinta delle richieste delle aziende di produzione alimentare e dei politici, per la prima volta dal 1990, lancia la revisione ufficiale della definizione di quale alimento possa essere considerato ”sano – salutare”. L’obiettivo è chiedere al pubblico e agli esperti di alimentazione quale potrebbe essere la definizione moderna, una che possa aiutare anche a definire al meglio quali ingredienti e nutrienti possono considerarsi sani. ”Riteniamo che sia il momento opportuno per esaminare le regole che riguardano il contenuto degli alimenti ritenuti salutari”, afferma la Fda dal Wall Street Journal, annunciando la ‘svolta salutista’.

Secondo gli esperti
Quando il termine ‘salutare’ è stato definito in modo ufficiale nel 1995, il basso contenuto di grassi era la principale preoccupazione dei medici. Lo zucchero no, neanche per i nutrizionisti. Al momento i cibi possono essere etichettati come salutari se rispettano cinque criteri basati sul contenuto complessivo in grassi, grassi saturi, sodio, colesterolo e altri principi nutritivi, come la vitamina C o il Calcio. I livelli di questi elementi variano a seconda della categoria alimentare, ma generalmente gli snack non possono contenere più di 3 grammi di grassi. Una definizione, quella attuale di cibo ‘salutare’, che esclude per esempio gli avocado, ritenuti troppo ricchi grassi, ma include alcune merendine. L’idea di ‘salutare’ è cambiata, ed è stata introdotta – affermano alcuni nutrizionisti – quella di ‘grassi salutari’. ”Prove scientifiche indicano che la chiave in una corretta alimentazione non è legata solo all’ammontare di grassi ingeriti, ma al tipo di grassi che si consumano” mette in evidenza Connie Diekman, nutrizionista della Washington University a St. Louis. Le vendite di cibi a basso contenuto di grassi sono di recente calate, dato che i consumatori oggi preferiscono cibi senza glutine e totalmente naturali.

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