Bellezza: quell’ossessione che fa male alla salute

19 gennaio, 2018 nessun commento


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Essere belle a tutti i costi e con ogni mezzo. Sembra essere queste il chiodo fisso di sempre molte più donne che, pur di raggiungere il proprio obiettivo, non badano però alla salute. L’ossessione per la bellezza mette a rischio di problemi fisici e mentali (come disturbi dell’alimentazione e depressione) molte ragazze e molto donne senza contare il fatto che ne condiziona il futuro facendo perdere di vista aspetti importanti come istruzione e lavoro. A fare il punto è Renee Engeln della Northwestern University, autrice di ‘Beauty mania. Quando la bellezza diventa ossessione’ (HarperCollins Italia).

L’irraggiungibile ideale di bellezza dominante la cultura odierna e sostenuto dai media influenza il genere femminile sin dai primi anni di vita, spiega Engeln, ed è tossico per le bambine. Troppo spesso lodate per aspetto fisico e abbigliamento, quasi mai per quel che fanno, le bimbe cominciano presto a pensare e odiare il proprio corpo: già a 5 anni il 34% di loro si impone limitazioni alimentari, rileva la psicologa, il 28% vuole che il proprio corpo somigli a quello delle donne viste in TV. Inoltre, il 40% delle bambine di 5-9 anni dice di desiderare un fisico più snello e quasi un terzo delle alunne di 3/a elementare sostiene di avere la costante paura di ingrassare.

L’ossessione per l’aspetto fisico cresce con loro, infatti scrive l’esperta, circa il 90% delle giovani donne può indicare una parte di sé di cui è insoddisfatta e il 50% ‘boccia’ il proprio aspetto in toto. Non a caso l’85-90% delle operazioni estetiche e l’85% delle spese per prodotti di bellezza vengono sostenute da donne. La malattia della bellezza è alimentata da una cultura che si concentra più sull’aspetto delle donne (ma molto meno degli uomini) che sulle loro capacità, generando malessere che trova terreno fertile in depressione e ansia. “Per di più – sottolinea Engeln – ci sottrae tempo, energie e denaro, ci allontana dalle persone che vorremmo essere e dalle vite che vorremmo condurre”, distoglie da aspetti più importanti per la crescita personale come l’istruzione, di fatto acuendo ancora di più gli stereotipi di genere che ingabbiano la donna in ruoli marginali della società e del lavoro.

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