Bere, anche moderatamente, non fa bene

8 Aprile, 2019 nessun commento


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(Reuters Health) – Bere non fa bene, neanche moderatamente. La smentita arriva dalla Cina. Secondo i risultati di un importante studio genetico basato nel Paese asiatico, la pressione arteriosa e il rischio di ictus aumentano costantemente con l’aumentare del consumo di alcol.

La ricerca, che ha usato i dati di una coorte di 160.000 adulti cinesi, molti dei quali non consumavano alcool a causa di un’intolleranza genetica, ha riscontrato che le persone che bevono moderatamente da 10 a 20 grammi di alcool al giorno – vedono aumentare il loro rischio di ictus del 10-15%.

Nei forti bevitori, che consumano quattro o più drink al giorno, la pressione aumenta significativamente e il rischio di ictus sale di circa il 35%.

“Qui il messaggio importante è che, almeno per l’ictus, non esiste un effetto protettivo del consumo moderato di alcolici”, dice Zhengming Chen, professore presso il Nuffield Department dell’Università di Oxford che ha co-condotto la ricerca. “Le evidenze genetiche mostrano che l’effetto protettivo non è reale”.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stima che circa 2,3 miliardi di persone in tutto il mondo bevono alcool, con un consumo giornaliero medio a persona di 33 grammi di alcool puro. Ciò equivale più o meno a due bicchieri di vino da 150 ml, una bottiglia di birra da 750 ml o due shot di superalcolici da 40 ml.

Quest’ultimo studio, pubblicato sulla rivista medica The Lancet, si è concentrato sulle persone originarie dell’est asiatico, molte delle quali hanno varianti genetiche che limitano la tolleranza all’alcol.

Poiché le varianti hanno effetti ampi e specifici sull’alcool ma non influiscono su altri fattori di rischio legati allo stile di vita come alimentazione, fumo, status economico o istruzione, possono essere usate dai ricercatori per definire gli effetti causali dell’assunzione di alcool.

“L’utilizzo della genetica è un modo nuovo per capire se bere moderatamente protegge davvero o se è leggermente dannoso”, dice Iona Millwood, epidemiologa di Oxford, convolta come autrice nello studio. “Le nostre analisi genetiche ci hanno aiutato a comprendere le relazioni di causa-effetto”.

Fonte: The Lancet

Kate Kelland
(Versione Italiana Quotidiano Sanità/Nutri & Previeni)

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