Bimbi con cellule immunitarie iperattive a rischio allergie alimentari

19 gennaio, 2016 nessun commento


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shutterstock_244665391I piccoli che fin dalla nascita hanno cellule immunitarie iperattive appaiono esposti ad un maggior rischio di contrarre allergie alimentari entro il primo anno di età. Lo dimostra un studio australiano condotto sui cordoni ombelicali di 1.000 neonati nei quali si è scoperto un legame fra un modello di attivazione immunitaria alla nascita e il successivo sviluppo di alcune delle allergie più comuni a cibi come arachidi, latte, uova e frumento. La scoperta potrà condurre a nuovi trattamenti mirati per bambini con allergie alimentari, scrive l’autrice della ricerca, l’immunologa Len Harrison, del Walter and Eliza Hall Institute di Sydney, sulla rivista Science Translational Medicine.

I campioni di sangue presi dai cordoni ombelicali, prelevati fra il 2010 e il 2013, hanno rivelato una ‘firma immunitaria’ caratterizzata da un numero accresciuto di cellule immunitarie dette monociti, che erano più ‘attivate’ in neonati che in seguito avrebbero contratto un’allergia alimentare. La prima opportunità di prelevare un campione di sangue dai neonati è dal cordone ombelicale. I monociti sono considerati la ‘fanteria’ del sistema immunitario perché rispondono rapidamente a infezioni e ad altre stimolazioni del sistema immunitario. La nuova ricerca indica che la loro attivazione prima o durante la nascita induce le cellule immunitarie specializzate, dette cellule T, a generare una risposta immunitaria. Le cellule T sono da tempo associate ad allergie, ma come vengano attivate era, fino ad oggi, rimasto un mistero.

“Riteniamo che questo mutamento immunitario predisponga il bebè all’allergia”, scrive Harrison ricordando che i cibi come latte e uova sono tra i primi alimenti solidi ingeriti nella vita. La studiosa tuttavia sottolinea che un bebè con tale firma immunitaria non necessariamente svilupperà allergie, anche se vi sarà predisposto. “Vi sono neonati con tale firma che non contraggono allergie alimentari, il che suggerisce che vi siano altri fattori che intervengono nel primo anno di vita, come il tempo in cui il bimbo viene esposto ai cibi solidi, l’uso di antibiotici, le infezioni e il tipo di parto (tramite il canale vaginale o da taglio cesareo). Tra i possibili fattori anche la dieta della madre, in particolare la quantità di cibi trasformati o di additivi”, aggiunge Harrison. “Siamo anche interessati a verificare se intervenga una suscettibilità genetica ereditaria, ma riteniamo vi sia una combinazione di più fattori”.

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