Vitamina D, no al fai-da-te. Troppa fa male, un caso clinico

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Il sovradosaggio della vitamina D è un fenomeno sempre più frequente e può avere conseguenze gravi per i pazienti. Lo spiega Alamin Alkundi, del Diabetes and Endocrinology, East Kent Hospitals University NHS Foundation Trust, a Canterbury, che ha riferito sulla rivista BMJ Case Reports il caso clinico di un uomo di mezza età che è stato ricoverato dopo aver lamentato vomito ricorrente, nausea, dolore addominale, crampi alle gambe, acufeni (ronzio nell’orecchio), secchezza delle fauci, aumento della sete, diarrea e perdita di peso (12,7 kg), sintomi che si protraevano da quasi 3 mesi ed erano iniziati circa 1 mese dopo l’inizio di un regime intensivo di integrazione vitaminica su consiglio di un terapeuta nutrizionale.

L’uomo ogni giorno assumeva dosi elevate di oltre 20 integratori da banco contenenti tra l’altro vitamina D 50.000 mg (il fabbisogno giornaliero è di 600 mg o 400 UI).  I risultati degli esami del sangue ordinati dal suo medico di famiglia hanno rivelato che aveva livelli molto alti di calcio e leggermente elevati di magnesio. Inoltre, il livello di vitamina D era 7 volte superiore a quello normale. Inoltre i suoi reni non funzionavano correttamente (lesione renale acuta).

L’uomo è rimasto in ospedale per 8 giorni, durante i quali gli sono stati somministrati fluidi endovena e gli è stato somministrato un trattamento a base di farmaci normalmente utilizzati per rafforzare le ossa o ridurre i livelli eccessivi di calcio nel sangue. Due mesi dopo la dimissione dall’ospedale, il suo livello di calcio era tornato normale, ma il suo livello di vitamina D era ancora troppo alto. “A livello globale, si registra una tendenza crescente all’ipervitaminosi D”, denunciano gli autori; donne, bambini e pazienti chirurgici sono i più colpiti. I livelli raccomandati di vitamina D possono essere ottenuti dalla dieta (ad esempio funghi selvatici, pesce azzurro), dall’esposizione alla luce solare e solo se necessario dagli integratori, concludono.   

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