Anziani: la dieta mediterranea migliora anche la qualità di vita

21 dicembre, 2016 nessun commento


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Uno studio condotto dall’Istituto di neuroscienze del Cnr e dall’Università di Padova e pubblicato sull’American Journal of Clinical Nutrition aggiunge evidenze sulla salubrità della tanto decantata dieta mediterranea. La ricerca ha evidenziato, infatti, come seguire questo stile alimentare possa assicurare una minore prevalenza di disabilità, depressione e dolore. Già nota per gli effetti positivi sulle malattie neurodegenerative, metaboliche e cardiovascolari, in questo studio, per la prima volta, la dieta mediterranea ha mostrato i suoi effetti benefici anche sulla qualità di vita di 4.470 americani con un’età media di 61 anni.

Spiega l’esperta
L’aderenza alla dieta mediterranea, spiega Stefania Maggi della Sezione invecchiamento dell’In-Cnr, “è stata valutata attraverso un’inchiesta dietetica sui cibi che erano stati consumati più frequentemente nell’ultimo anno, mentre qualità di vita e aspetti a questa collegati sono stati valutati con scale appropriate disponibili in questo studio”.

I ricercatori hanno constatato che i soggetti che seguivano questo stile alimentare avevano una migliore qualità di vita: “In particolare una minore prevalenza di disabilità e depressione (circa il 30% in meno) – prosegue la ricercatrice – e i benefici che abbiamo osservato nei soggetti esaminati sono legati all’abbondante consumo di frutta, verdura, cereali, noci, olio d’oliva, alla moderata assunzione di vino, in particolare rosso, di pesce e pollo e a una bassa assunzione di uova e carni rosse; insomma, a uno stile alimentare riconducibile alla dieta mediterranea. Un tipo di alimentazione che ha un ruolo anti-ossidante e anti-infiammatorio”.

La ricerca dimostra quindi che questo tipo di alimentazione è importante non solo per la prevenzione di malattie ad alto impatto sociale, ma anche per migliorare la qualità di vita delle persone anziane. La dieta mediterranea, conclude Maggi, “protegge infatti la popolazione anziana dall’infarto, riducendo il rischio di circa un terzo, dalla demenza e da altre malattie ad alto impatto sociale come il diabete”.

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