Per salvare 6 milioni di anni di vita basta ridurre il sale del 10% in 10 anni

12 Gennaio, 2017 nessun commento


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Uno studio pubblicato sul British Medical Journal (Bmj) mostra ai governi, dati alla mano, quanto convenga investire in prevenzione. Per cominciare riducendo del 10% il consumo di sale nell’arco di un decennio, permetterebbe di risparmiare, ogni anno nel mondo, circa 6 milioni di anni di vita persi a causa di malattie cardiovascolari. E il risparmio medio sarebbe di 204 dollari per ogni anno di vita salvato.

Lo studio
I ricercatori hanno applicato a 183 Paesi un modello statistico sviluppato per analizzare l’apporto di sodio, i livelli di pressione sanguigna e gli effetti sulle malattie cardiovascolari. Questi sono stati messi in relazione ai costi derivanti da programmi di riduzione del sodio, che utilizzano ad esempio accordi con l’industria alimentare e progetti di educazione pubblica, con relativi investimenti in risorse umane, formazione, attrezzature e mezzi di comunicazione.

L’efficacia complessiva dell’intervento è basata su recenti sforzi effettuati nel Regno Unito e Turchia, che hanno dimostrato che un tale programma sostenuto dal governo può ridurre il consumo di sale di almeno il 10% in 10 anni. Ne è emerso che questa modesta riduzione del consumo di sale potrebbe salvare ogni anno una media di 5,8 milioni di Disability-Adjusted Life Year (DALY), un’unità di misura che è pari alla somma degli anni di vita persi a causa di una morte prematura e di quelli vissuti in malattia piuttosto che in salute. Di questi 5,8 milioni di anni di vita persi, il 40% sono attribuibili a ictus, il 42% a malattia coronarica e il 18% ad altre malattie cardiovascolari.

I ricercatori hanno inoltre valutato i risparmi per ogni regione del mondo. Ad esempio in Europa Occidentale gli anni di disabilità evitati sarebbero 282.541 con un rapporto costo-beneficio di 477 dollari ciascuno. “Abbiamo scoperto che un piano nazionale supportato dal governo per ridurre il consumo di sale nei cibi sarebbe costo-efficace in quasi tutti i Paesi del mondo”, ha detto Michael Webb, primo autore dello studio e ricercatore in Economia presso l’Università di Stanford.

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