Studio USA: screening su ansia consigliabile a tutte le donne dai 13 anni in su

9 Giugno, 2020 nessun commento


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(Reuters Health) – Lo screening per l’ansia dovrebbe essere consigliato a tutte le donne dai 13 anni in su, anche quelle in gravidanza e nel post partum.

È la raccomandazione della Women’s Preventive Services Initiative (WPSI), un’organizzazione americana che include professionisti nel campo della salute della donna e rappresentanti dei pazienti, che ha pubblicato una ricerca su Annals of Internal Medicine.

Secondo gli autori, i disturbi d’ansia sono più frequenti nelle donne dal momento che sono associati a meccanismi biologici specifici, unici del sesso femminile, possono derivare da esperienze e fattori scatenanti più comuni tra le donne e sono più sintomatici durante la gravidanza e il post partum.

Lo studio
Per analizzare lo stato dell’arte relativamente allo screening dell’ansia tra le donne, i ricercatori americani hanno condotto una review raccogliendo studi di letteratura tra il 1996 e il 2019.

Dai risultati è emerso che nessuno studio ha valutato l’efficacia complessiva o i danni dello screening. Trentatré studi e due review, per un totale di 112.574 partecipanti, hanno valutato l’accuratezza diagnostica di 27 strumenti di screening rispetto alla diagnosi clinica o altri strumenti. La maggior parte ha evidenziato un’accuratezza da moderata a elevata per donne adulte, in gravidanza e post partum e adolescenti.

Inoltre, dagli studi analizzati è emerso che i sintomi di ansia miglioravano con la terapia cognitivo comportamentale e con la somministrazione di inibitori selettivi del reuptake della serotonina e noradrenalina. Ma ci sono dati limitati sui danni a lungo termine del trattamento e mancano sperimentazione sulle donne in gravidanza e nel post partum.

“Come per la depressione, lo scopo dello screening per l’ansia è quello di identificare gli individui a rischio per sottoporli a un’ulteriore valutazione dell’intero spettro dei disturbi correlati”, dice uno degli autori dello studio, Heidi Nelson, della Oregon Health and Science University di Portland, negli USA.

Secondo Kim Smolderen dell’Università di Yale, che ha scritto un editoriale sull’articolo, “lo screening è solo un passo verso il riconoscimento di questi disturbi, ma senza sistemi integrati di assistenza lo screening stesso non è sufficiente”.

Fonte: Annals of Internal Medicine
Marilynn Larkin
(Versione italiana Quotidiano Sanità/Nutri&Previeni)

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